Ri(n)voluzione: Don Chisciotte, Nietzsche e la morte di una generazione

A cento anni dall’anniversario della Rivoluzione Bolscevica, in tutta la Russia sono state aperte delle “capsule del tempo”, ossia targhe impiantate nel 1967 ai piedi di monumenti o alle colonne dei palazzi. Contenevano delle lettere, scritte da alcuni studenti, destinate ai giovani del 2017

ilja repin - 17 Ottobre 1905
Ilja Repin – 17 Ottobre 1905

“Vi invidiamo infinitamente, nostri compagni e discendenti. Sappiamo che anche voi invidiate noi. Abbiamo un obiettivo chiaro, un grande futuro e tante cose da fare”. Le lettere che giovani patriottici russi avevano scritto nel 1967, indirizzandole ai loro coetanei del 2017, contengono molte illazioni che si sono rivelate clamorosamente errate: gli autori delle missive da poco reperite, ipotizzavano infatti un avvenire radioso ad aspettare gli studenti del 2017. Un futuro che avrebbe compreso la conquista di Marte, la sconfitta dell’imperialismo e il benessere trionfale del proletariato. L’evidente divario che separa quanto sperato da quanto raggiunto può suscitare un sorriso amaro all’angolo della bocca di chi legge. Ma su un punto, non sbagliavano. “Sappiamo che anche voi invidiate noi. Abbiamo un obiettivo chiaro, un grande futuro e tante cose da fare”. Cinquant’anni dopo, gli obiettivi sono opachi e indistinti, il futuro incombe minaccioso, e le cose da fare sarebbero così tante che siamo stati inghiottiti dall’immobilismo.

Non potremmo essere più distanti dalle generazioni che nel ’68 urlavano nelle piazze di ogni angolo del mondo fino a creare il terremoto che, per un po’, creò l’illusione di star stravolgendo gli assetti politici e sociali di intere Nazioni. Le ragioni ideologiche dietro i vari movimenti erano molteplici e variegate, ma si può parlare di quelle lotte dislocate come di un corpo unico: la Storia era stata infatti travolta da una ribellione dei figli contro i padri, da una rivoluzione sessuale, da un impegno appassionato per i diritti civili. Attori e protagonisti di queste sommosse, erano giovani infiammati dall’entusiasmo, desiderosi di cambiamento e di azione, arrabbiati contro una classe dirigente borghese e reazionaria che consideravano incapace e degna unicamente della rottamazione. Guardandosi allo specchio, i giovani sessantottini avranno visto riflessi gli onnipotenti creatori di un futuro migliore, eroi quotidiani che avrebbero fatto trionfare le loro utopie, soldati impavidi di una guerra che avrebbero vinto. Dal nostro punto di vista, con il senno di poi, l’immagine che risulta è quella di un’armata innocua costituita da tanti Don Chisciotte.

L’eroe creato da Miguel de Cervantes, infatti, era un sognatore, ardimentoso, ottimista cavaliere incapace di canalizzare le sue energie: ostinatamente anacronistico, scoppiava di desiderio di scendere in campo in nome della giustizia, ma quelli che riteneva conflitti cruciali per la storia dell’umanità finivano per risolversi in battaglie sgangherate contro i mulini a vento. Nella canzone dedicata al personaggio spagnolo, Francesco Guccini ipotizza un suo discorso allo scudiero Sancho Panza: “Il potere è l’immondizia della storia degli umani e, anche se siamo soltanto due romantici rottami, sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte”. Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche finì inevitabilmente per innamorarsi di questa figura visionaria, che da sola emergeva da una grigia marmaglia di realisti grazie alla potenza dei suoi slanci valorosi, ma non gli perdonò mai una cosa. Don Chisciotte, alla fine del romanzo, sembra “rinsavire”, e decide di arrendersi alla realtà rinnegando il mondo fantastico che aveva costruito. È proprio questo, che per il filosofo è un crimine aberrante: come dichiarato in Morgenrote, “l’umanità è sempre minacciata da questa ignominiosa negazione di sé stessi alla fine della propria lotta”. E adesso che la lotta è finita, cosa è rimasto?

Non si può certo dire che le guerriglie della fine degli anni ’60 abbiano reso il mondo un posto migliore, o quantomeno ospitale, per i giovani che si ritrovano in esso catapultati negli anni 2010. Ad essere precisi, la situazione è diametralmente opposta: alla tensione prospettica verso il futuro, carica di speranze e progetti, è stata sostituita una rassegnazione disincantata, cinica e pessimista, figlia dell’osservazione dei fallimenti passati e della constatazione dell’immutabilità sostanziale della società. Nelle lettere del 1917, si legge: “ Lavoreremo per cancellare la dannata regola : tutto per sé, uno per tutti”; lavoreremo per introdurre nelle coscienze e nella vita quotidiana la regola: “ Tutti per uno e uno per tutti”. Oggi invece, spadroneggia lo spietato individualismo generato dalla lotta alla sopravvivenza che quotidianamente i giovani si ritrovano a combattere per conquistarsi un posto nel mondo e un avvenire. Nonostante le reti sociali si siano infittite e le possibilità di connessione sono esponenzialmente aumentate, il torpore e il lassismo che permeano la costituzione di questi giovani corpi neutralizzano le grandi possibilità a disposizione, e il massimo che si riesce a organizzare è un flash mob dove si balla “Gangnam Style”. La rivoluzione è dunque morta o ha solo cambiato forma, irretita e plasmata dai continui palliativi propinati da un benessere accessibile a tutti, ma fittizio? Viviamo troppo bene per conoscere il dolore e reagire, ma ben lontani dalla prosperità. Manca lo spirito d’associazionismo, ma manca anche l’individuazione di un “nemico”: così la rabbia, quando non sfogata in modi inconsulti e inutili, viene inghiottita e somatizzata. Ciò ha reso i nostri denti meno affilati, le nostre unghie meno graffianti, in favore di un’elasticità che non fa che indurci a brancolare in questa società liquida alla ricerca di  punti di riferimento, nuotando in maniera goffa ed impacciata. Se è vero che una dura realtà è preferibile a una piacevole menzogna, è vero anche che un ingenuo entusiasmo è preferibile a un cinico realismo, e che la coscienza di una condizione disperata non può e non deve condurre all’apatia e alla passività. Non solo per i risultati che è possibile ottenere, ma per il fatto stesso di lottare per qualcosa, attribuire un significato all’esistenza, schivare l’ipnosi e i tranquillanti subliminali da cui siamo incessantemente bersagliati. Per citare ancora una volta il Don Chisciotte che parla nei versi di Guccini:

“Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,

ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella.”

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