In una società che lucra sulle tue debolezze, piacersi è un gesto di ribellione

Al termine della “settimana per la consapevolezza dei disturbi alimentari”, torna al centro del dibattito la pressione che la società esercita sul corpo femminile. La questione, che affligge milioni di ragazze nel mondo, non è che lo strascico di tradizioni millenarie che hanno a lungo cercato di imporre alle donne canoni irraggiungibili

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La Venere di Botticelli – Dettaglio

Cibo. È una parola che significa nutrimento: tramite l’ingestione degli alimenti, il corpo è in grado di svilupparsi e adempiere alle funzioni più basilari. Ma non solo: in molti casi è sinonimo di godimento, grazie alla sua capacità di soddisfare il palato e donare una sensazione di profondo benessere psichico e fisico. In tutti i casi, è sinonimo di vita. In alcuni, di morte.

Tra i vari disturbi mentali, infatti, è stato dimostrato che l’anoressia è quello a cui si collega il più alto tasso di mortalità. All’indomani della conclusione della settimana per la consapevolezza dei disturbi alimentari, è impossibile astenersi dal richiamare qualche dato: il servizio sanitario nazionale britannico ha dimostrato che, solo nel Regno Unito, 1.25 milioni di persone siano affette da un disturbo alimentare. In Italia, il numero raggiunge il picco di 3 milioni. Tra l’aprile 2016 e l’aprile 2017, in Inghilterra, i ricoveri per disturbi come anoressia e bulimia sono stati 13.885. Nell’89% dei casi, si trattava di donne. Alcune di loro avevano meno di 18 anni.

A fronte di una maggioranza così schiacciante, l’emisfero variegato e complesso dei disturbi alimentari sembrerebbe essere caratteristica peculiare del genere femminile. E la giornalista Laurey Penny, a cui questo dato non è sfuggito, afferma: “Se i disturbi alimentari fossero malattie tipiche degli uomini, invece che delle donne, sarebbero presi più seriamente e si troverebbero cure adatte”. Naomi Wolf, in Il mito della bellezza, si spinge ancora oltre: “una cultura fissata con la magrezza femminile non rappresenta un’ossessione per la bellezza femminile, bensì per l’obbedienza femminile. La dieta è il più potente sedativo politico della storia delle donne: una popolazione placidamente folle è più facile da gestire”.

Sono dichiarazioni forti, estreme. Al punto tale da poter risultare forzate: c’è infatti chi si chiede se questa puntuale imputazione all’uomo di qualsiasi disagio che affligga il genere femminile non accentui e rafforzi la dicotomia che professa di combattere. Inoltre, gli uomini non sono immuni a questo tipo di disagi, pur rappresentando una percentuale esigua del totale. Forse, il problema non è negli uomini, ma nella società.

A fronte dei due schieramenti, infatti, troviamo un’innegabile susseguirsi di dimostrazioni storiche che proverebbero la pressione agghiacciante esercitata da tempo immemore sull’immagine femminile: dai bustini vittoriani che perforavano le costole e deformavano gli organi per ottenere il famigerato “vitino da vespa” alla pratica cinese dei piedi di loto, che consisteva nel comprimere i piedi delle donne in calzature improbabili, ogni epoca e luogo ha avuto da dire la sua riguardo a come l’apparenza delle donne avrebbe dovuto essere. Mentre infatti lo standard di bellezza mascolina è rimasto fondamentalmente immutato dall’antica Grecia ad oggi (i corpi dei bronzi di Riace continuano ad essere ammirati ed apprezzati), le donne ideali hanno cambiato molteplici taglie, curve e misure, rispondendo alle contingenti esigenze culturali ed adeguandosi come un oggetto da conformare alle mode del momento.

Marilyn Monroe secondo Andy Wharol
Marilyn Monroe secondo Andy Wharol

L’ossessione per l’aspetto deriva dagli istinti più reconditi della natura umana, secondo i quali i nostri antenati ricercavano i loro partner in base alla potenzialità riproduttiva: in questo scenario, per gli uomini diventavano fondamentali caratteristiche fisiche femminili come la lucentezza dei capelli o l’ampiezza dei fianchi, in quanto sintomi di fertilità. Le donne, invece, si concentravano sui segnali sintomatici di stabilità, in quanto avrebbero necessitato di un compagno affidabile al proprio fianco nei 9 mesi della gestazione. Questo strascico primitivo si è ripercosso poi nelle società civilizzate: è questa la ragione per cui l’uomo si preoccuperebbe ossessivamente del successo, e le donne della bellezza.

Ed è per questo che i canoni che vengono proposti al pubblico, in particolare alle generazioni più giovani, andrebbero maneggiati con cautela. Quando, grazie anche al contributo attuale dei social network, vengono promosse e sponsorizzate fotografie di ragazze dai corpi irraggiungibili, quando nei negozi di abbigliamento una taglia 42 viene etichettata come “L”, quando le città e i giornali vengono tappezzati da pubblicità di abbigliamento intimo indossato da photoshoppatissime giovani ammiccanti, l’autostima di chi si trova bombardato da tutti questi messaggi viene scalfita granello per granello, in maniera impercettibile ma costante, trasformandosi in un masso pesantissimo che rischia di franare sull’amor proprio. Se tutto questo viene coniugato a profonde lacune personali ed affettive, ed a radicate debolezze psicologiche, può condurre alla rinnegazione del cibo. Che si traduce in rinnegazione della vita.

Ironico pensare che la predilezione per la magrezza ossessiva derivi da esigenze opposte: Ile prime modelle dalle forme filiformi, infatti, venivano selezionate per non deconcentrare l’attenzione dall’abito che indossavano.  loro corpi asciutti erano infatti considerati privi di attrattiva, e di sicuro meno “deconcentranti” di quelli delle donne più procaci. Il processo che ha cominciato ad associare quella magrezza innaturale al concetto di “cool” e “glam” è culminato con l’avvento degli anni ’90 e 2000: la regina delle passerelle e dei tabloid, compagna degli uomini più ambiti del mondo, è stata Kate Moss, giovane dallo sguardo languido e corpo ossuto.

Al giorno d’oggi, tuttavia, si può dire in atto una rivoluzione sociale: interventi sempre più numerosi di youtubers e influencers da tutto il mondo spronano i loro seguaci ad accettarsi nella pelle che abitano, qualsiasi sia la loro taglia, il loro colore, la loro forma. Più di qualche modella che ha spopolato recentemente sui social sfoggia orgogliosamente curve tondeggianti e sorrisi radiosi, e questo inevitabilmente incide sugli utenti. Anche la repentina attenzione verso la cultura “black” e “gangsta” sta introducendo glutei marmorei e generosi nello scenario che ha visto troneggiare a lungo gambe  dritte e sottili come fili di seta. Anche le campagne pubblicitarie, come ad esempio quella di Dove, hanno cercato di promuovere immagini di donne diversissime tra loro e di ogni tipologia e nazionalità.

Picasso, le donne di Algeri
Picasso, le donne di Algeri

A fronte di questi mirabili tentativi, rimane soltanto l’amara constatazione che tutta l’attenzione e le energie devolute al perfezionamento del proprio aspetto fisico (quale che sia il canone corrente in cui rientrare), sono un semplice, desolante, assoluto spreco. Se infatti il mondo si sta accorgendo che è assurdo costruire delle linee in cui far rientrare forzatamente i corpi delle donne, il passo successivo dovrà necessariamente essere la sostituzione di priorità più urgenti rispetto alla mera bellezza. La speranza è che un domani le giovani donne potranno preoccuparsi di più della loro cultura che del loro fondoschiena, e che si sia disposti a mettere in secondo piano un girovita sottile rispetto allo splendore del mondo interiore. Tuttavia, la prospettiva appare ancora lontana e richiederà ancora a lungo l’impegno, sia collettivo che individuale, delle generazioni che ci sono e che verranno per modificare questo approccio anacronistico e svilente. Per questo l’impegno richiesto dovrà essere quotidiano e mordace, e dovrà imparare a difendere con le unghie e con i denti l’autostima e l’amor proprio che ci spettano di diritto per condurre una vita felice e significativa. Con il coraggio di andare contro correnti ostili e non necessarie, e la grinta di chi protegge qualcosa di prezioso.

Perché in una società che lucra sulle tue debolezze, piacersi è un gesto di ribellione.

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