Il paradosso della droga che libera e incatena

Chiedete al ludopatico qual è la cosa che preferisce, quando gioca alla roulette. Non vi risponderà “la vittoria”, e ovviamente non vi risponderà “la sconfitta”. Vi risponderà che la chiave che lo tiene inesorabilmente attaccato alla scommessa è quell’istante di incertezza dove tutto sembra potenzialmente possibile e perduto, quando la palla scorre veloce sotto ai numeri e l’adrenalina raggiunge il suo apice. Al vero ludopatico non importa di vincere o perdere. Mette tutto in gioco per quel brivido, quel fugace attimo di vita. Per poi ripiombare nel vuoto.

“Il piacere è negativo e il desiderio insaziabile”: questo è il principio alla base della tossicomania. È una formula che si adatta alla perfezione al disperato nichilismo della società attuale, ma che affonda le radici in lande ben più remote. Platone fu uno dei primi filosofi a fornire una definizione di desiderio: lo associò indissolubilmente alla mancanza. E infatti, non è il desiderio che conduce i tossicodipendenti ad avvicinarsi alle droghe pesanti, ma la sua assenza. Non si cerca una spinta verso il cielo, ma una fuga dall’abisso. È una strada che libera e incatena al tempo stesso. Una fame che non riuscirà mai ad essere saziata: Platone diede l’immagine di una “giara bucata”, ovvero sia di un vaso rotto che non potrà mai essere riempito.

Osservando le cose da quest’ottica, una volta caduti nella morsa, tornare dietro e “scegliere la vita”, come direbbe Mark Renton correndo per le strade di Edimburgo, appare quasi impossibile. Il perché viene spiegato nello stesso film, Trainspotting, qualche scena più in là: “La gente pensa che si tratti di miseria, disperazione, morte, merdate del genere, che pure non vanno ignorate. Ma quello che la gente dimentica è quanto sia piacevole, sennò noi non lo faremmo. In fondo non siamo mica stupidi!”

Károly Brocky, Sleeping Bacchante
Károly Brocky, Sleeping Bacchante

E non la stupidità, infatti, che porta le persone, soprattutto i giovani, a fare uso di sostanze stupefacenti. È l’horror vacui, la ricerca di un rimedio contro il disagio della civiltà, come direbbe Freud che definisce la cocaina “Sorgenbrecher”, “scacciapensieri”. Allontanare e spegnere le pressioni quotidiane come se si spegnesse una lampadina, trovare un rifugio dall’insensatezza del tutto: che sia attraverso l’alcool, l’eroina, il crack, poco importa. L’unica cosa che conta è quel fugace attimo di vita, o quell’effimero antidoto alla morte.. che però finisce per diventare un “full time job, un lavoro a tempo pieno”, per dirlo ancora con le parole di Mark Renton. La prospettiva di un palliativo che conduca all’an-estesia affascina gli individui carenti di risorse alternative, stuzzicando in loro un appetito destinato a trasformarsi in una fame insaziabile.

L’Islanda è stato l’unico Stato, per il momento, ad aver dato una risposta sensata ed efficiente al problema diffuso della droga tra i giovani. Con il programma “Youth in Iceland”, infatti, il governo è riuscito a fornire ai ragazzi un supporto che permettesse loro di sviluppare al meglio le loro passioni, raggiungendo quel benessere psico-fisico privo degli effetti collaterali della droga. Ciononostante siamo ancora ben lungi da un’estirpazione del problema: da secoli l’uomo si dibatte contro la tentazione dell’evasione, e mantiene faticosamente l’equilibrio per non incappare in quella che potrebbe essere una scivolata fatale verso l’abisso, verso la fine. Sartre, nel suo capolavoro “L’immaginario”, descrive gli incubi e le allucinazioni che ebbe sotto l’effetto della mescalina, nel tentativo di congiungere razionalità e immaginazione. Il filosofo, da sempre propenso agli estremi, sosteneva un nichilismo radicale e un’assoluta sfiducia nella vita. Forze motrici tipiche di chi si accosta alla droga: desiderio di autodistruzione e disprezzo per l’esistenza. Chi comincia ad abusare delle sostanze stupefacenti, infatti, lo fa andando deliberatamente incontro alla fine dei propri giorni, assecondando implosive forze interne che riconducono alla domanda ultima formulata da Albert Camus nel “mito di Sisifo”: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”.

Discettazioni, quesiti, ricerche, spiegazioni che forse non arriveranno mai. Problemi complessi che in molti casi hanno soluzioni inesistenti. Elucubrazioni a cui si oppone il disprezzo di Mark Renton, che risponde indirettamente in una delle scene del film: “è facile fare filosofia quando lo stronzo con la merda nel sangue è un altro”.

 

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