La dignità letteraria del rap

Rap. Qual è la prima cosa a cui avete pensato leggendo questa parola? Se la risposta è malavita, volgarità, violenza, degrado, mi spiace dirvelo, ma siete fuori strada. Non del tutto, sia chiaro: considerando che il genere nasce come una battaglia contro la povertà, la persecuzione e il pregiudizio etnico, è inevitabile che, soprattutto agli albori, i testi hip-hop trasudassero aggressività. Ma era un’aggressività disperata, spinta quasi al solipsismo dal desiderio di affermare un’unica verità: io ci sono.

Usare le rime, infatti, è come “uccidere senza essere mai condannabile”, come dichiarato dal rapper Rancore nella sua S.U.N.S.H.I.N.E. (che è stata definita la migliore canzone rap nel panorama italiano). I primi testi si configurano come strumenti per dare sfogo e dignità all’asfissiante condizione dei giovani costretti a vivere nel disagio. Tuttavia, al di là del potere della parola per rivendicare e distruggere, non bisogna perdere di vista il principio alla base del rap. E per farlo, basta ricordare l’origine del termine: “RAP” è infatti l’acronimo di “Rhythm and poetry”, ritmo e poesia. Mai come negli ultimi tempi, tuttavia, questo genere musicale ha assunto sembianze caleidoscopiche, diramandosi e sviluppandosi in maniera labirintica. I testi hanno ormai raggiunto livelli di finezza e complessità tali che Robert Shusterman, filosofo americano, li ha definiti l’esempio perfetto di legittimazione dell’arte popolare. Secondo lui, infatti, “ha il potere di arricchire e rimodellare il nostro tradizionale concetto di estetica, in modo da liberarlo pienamente dalla sua alienante associazione con il privilegio di classe, l’inerzia politica e sociale e la negazione ascetica della vita”. Ricalcando sommariamente il pensiero di Gramsci, infatti, Shusterman sostiene che solo una mente paralizzata dal dualismo ci porterebbe a ritenere impossibile apprezzare l’arte popolare insieme all’arte elevata.

Gemello
Un quadro realizzato dal rapper Andrea Ambrogio, in arte Gemello

Questa sembrerebbe una chiara risposta a Quelli che ben pensano, ovvero i rigidi e impettiti individui traboccanti di pregiudizi verso la cultura hip hop. Ma se ciò non dovesse bastare, il viaggio alla scoperta delle gemme preziose incastonate nei testi rap italiani comincia con un esempio:

“Dafne è senza più sorriso
con gli occhi ocra e zaffiro
come i fiori di lino
sul terrazzo al mattino bacia il vento sul viso
che le porta in dono aroma di alloro e di elicriso.”

A scrivere è Murubutu, fautore della cosiddetta “letteratura rap”. I suoi testi sono infatti famosi per essere contaminati da influssi mitologici e letterari: non a caso uno dei libri che maggiormente l’ha ispirato è “Il ventre di Parigi”, di Emile Zola, insieme al “Cortigiano e l’eretico”, di Mattew Stewart, sulla vita e il pensiero di Leibenitz e Spinoza. E non è finita qui: nel suo testo “I miei maestri”, Murubutu cita Marquez, Dostoevskij, Gogol, Dickens. I suoi pezzi sono un trionfo di naturalismo e raffinatezza, con parole complesse e colorite che danzano sulle melodie fino a permulcere aures, come direbbe Apuleio: accarezzare le orecchie.

wolf like me - gemello
wolf like me – gemello

Ma questo artista non è che la punta dell’iceberg di un’Atlantide tutta nostrana di talenti sbalorditivi: dalla cara vecchia old school di Sangue Misto, Truceklan, Uomini di mare, ai più recenti esempi di Nitro, Gemello, Caparezza, Marracash, la cultura hip hop italiana fornisce molteplici chiari esempi della capacità del genere rap di affermarsi come genere letterario a tutti gli effetti. Non solo, infatti, dal punto di vista formale richiede una maestria fuori dal comune (i testi traboccano di allitterazioni, metafore, similitudini, assonanze), ma anche dal punto di vista dei contenuti si ripropone come il frutto per eccellenza del postmodernismo. Non è un caso che l’autore postmodernista per eccellenza, David Foster Wallace, si sia interessato al genere, scrivendo con l’aiuto di Mark Costello un libro intitolato “Il rap spiegato ai bianchi”, nel 1989, dove scrive: “il “canto” del rapper è fondamentalmente un ennesimo stato nella fitta trama del ritmo, il quale nel rap usurpa alla melodia e all’armonia le loro funzioni essenziali di identificazione, richiamo, contrappunto, movimento e progressione”.

E al valore artistico si aggiunge quello sociale, considerando che l’hip hop permette a tanti giovani di interpretare sé stessi alla luce di nuove prospettive, allontanandosi da derive esistenziali pericolose. È questa infatti la magia peculiare del genere: Riesce A Parlare a tutti, Ritorna Alla Parola come arma letale ma legale, Riporta Alle Persone denigrate e discriminate il potere di farsi sentire, Riproducendo Alla Perfezione realtà difficili, ma Riuscendo A Prevalere sulla disperazione. Questa nuova generazione di poeti non scrive in versi ma in barre, si nutre di dissing (vendette artistiche contro soggetti ben determinati, alla maniera di Dante Alighieri contro Forese Donati) e ondeggia su back beat di batterie elettroniche e kush grooves (riff o serie di accordi ripetuti). Sono i Cani sciolti che demoliscono il perbenismo del gregge, le voci stonate del coro, viandanti solitari sul mare di nebbia che avvolge le loro esistenze, dalla quale riescono a salvarsi grazie all’aiuto della musica. Ogni vocabolo è un vortice di significati, intriso irrimediabilmente da vissuti ossessivamente individualistici (fare cover, nel mondo del rap, sarebbe praticamente impossibile), che raccontano storie vere, reali, sporche, autentiche. Per tornare al sopracitato Rancore:

“Nessuno c’ha mai visti
Ma siam sempre gli stessi, connessi
Poeti detti MC, animali perchè ci esprimiamo in versi
Spesso persi e dispersi in mille testi
Parole come flussi di coscienza in cui bagnarsi
Imparando sempre a stare attenti, a non distrarsi

[…] E anche il giorno in cui non faremo più ‘sti dischi
Rimarremo sempre e solo
Giovani artisti!”

 

 

 

(precedentemente pubblicato su melty.it)

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