Il populismo è nato nel 2008

Una delle frasi che probabilmente ha avuto più risonanza negli ultimi tempi (arrivando quasi a sopravanzare il cliché sulle mezze stagioni), è stata: “c’è crisi”. Due parole inflazionate per commentare le difficoltà economiche che all’improvviso hanno travolto la nostra quotidianità. Un’espressione che nasce dieci anni fa, quando la società in cui viviamo iniziò a trasformarsi, in seguito a un crollo finanziario che non ha tardato a riflettersi anche nella cultura, nei valori e nella politica a livello mondiale.

Nel 2007, George W. Bush era il presidente degli Stati Uniti, Facebook non era ancora disponibile in italiano, in Italia c’era il governo di Romano Prodi e gli economisti erano convinti di aver scongiurato il rischio di una depressione in maniera definitiva. E non a torto: tutti gli indicatori della qualità della vita stavano migliorando, e si respirava un clima di serenità crescente. Salvo sconvolgimenti imprevisti.

Nessuno, infatti, avrebbe potuto intuire che lo strumento finanziario che prometteva guadagni sicuri e pressoché illimitati si sarebbe rivelato una trappola letale: stiamo parlando dei mutui sub-prime. Questi titoli non erano altro che mutui cartolarizzati (ovvero trasformati in obbligazioni garantite dai crediti), che si diffusero in maniera epidemica presso investitori di tutto il mondo, per una ragione tanto semplice quanto illusoria: sembravano riuscire a garantire un rendimento senza alcun rischio, violando il presupposto sul quale si basa l’intera impalcatura della finanza. E infatti, una crepa in questo meccanismo c’era: i mutui venivano garantiti da persone mediamente squattrinate, prive di possessi sui quali rivalersi e di qualsiasi garanzia di affidabilità. Quando gli investitori iniziarono a realizzare il rischio al quale si erano esposti, cominciò un’avanzata diretta al ritiro dei propri risparmi, che in brevissimo tempo si trasformò in una precipitosa corsa agli sportelli.

URLO
L’urlo – Munch

Fu così che fallirono la Northern Rock, in UK, poi la Bear Stearn negli USA, e infine, il titano: la Lehman Brothers. A quel punto, gli esperti iniziarono ad allarmarsi, temendo che queste nevralgiche tessere del domino facessero collassare il sistema finanziario mondiale. Da lì, la necessità di salvare tutti gli istituti che venivano considerati “too big to fail”: nessuno era più disponibile a concedere prestiti e l’offerta di credito globale sembrava essere scomparsa. Urgeva un intervento immediato: i Governi decisero di attuare misure di austerità e aumenti dei deficit annuali e del debito pubblico, nel tentativo spasmodico di salvare il salvabile. L’irrigidimento dell’offerta creditizia, infatti, aveva generato una drammatica carenza di liquidità circolante, e questo non poteva che tradursi in un crollo dei consumi e del gettito fiscale. I cittadini, per la prima volta, erano riusciti a intuire quanto l’emisfero finanziario (lontano anni luce dalla quotidianità reale, anche per colpa della globalizzazione e di titoli sempre più immateriali) incidesse indirettamente nella vita del mondo. La grande recessione causata dall’asfissiante stretta creditizia aveva portato ad una riduzione della spesa pubblica ed a un ridimensionamento dell’ingerenza statale: queste manovre convenivano ai ricchi, ma affossavano definitivamente i più poveri. Il peso del crollo finanziario era caduto prevalentemente sulle spalle di chi non era in grado di sostenerlo.

Allo stesso tempo, gli esponenti del mondo finanziario non avevano praticamente subito conseguenze legali, con 1.100 manager rinviati a giudizio negli Stati Uniti e nessuna condanna. Impossibile arginare l’indignazione e la frustrazione che iniziarono a dilagare in seguito all’accaduto. La crisi, infatti, aveva avuto origine dal mondo economico, ma aveva finito per generare un cambiamento ben più drammatico: aveva calpestato l’impalpabile sentimento che aveva aleggiato nell’aria fino a quel momento, fatto di ottimismo, speranza per il futuro, fiducia nel progresso, apertura nei confronti dell’altro. Il tessuto societario si era frammentato in una serie di piccoli conflitti interni, da sempre latenti, come quello tra le nuove generazioni e le vecchie, tra gli abitanti della campagna e quelli della città, tra i cosmopoliti e i nazionalisti.

In poco tempo, le certezze di inizio millennio erano state ribaltate: grazie alla modernizzazione e all’innovazione tecnologica, infatti, prima del crack l’aspettativa di benessere appariva solida e crescente. Il sociologo polacco Zygmunt Bauman definirebbe questa situazione “retropia”: una brusca inversione di rotta a causa della quale il futuro, da habitat naturale di speranze e aspettative legittime, si trasforma in sede di incubi. Come scrisse Philip Stephens sul Financial Times: “La crisi del 2008 ha portato a due principali sconfitte: quella della democrazia liberale e quella dell’apertura dei confini internazionali. Il mondo è cambiato, ma non nel modo ordinato e strutturato che avrebbe caratterizzato una riforma intelligente”. I risultati di questo repentino capovolgimento di prospettiva hanno contaminato la politica mondiale, e l’Italia non è rimasta immune. L’istituto di ricerca SWG, che ha analizzato l’opinione pubblica dei cittadini dal 1997 al 2017, traduce queste percezioni in dati concreti, offrendo una panoramica spiacevole ma non sorprendente.

miro - la terra
Miro – La terra

Risulta infatti che la percentuale di chi mantiene una visione ottimistica dell’avvenire è crollata: mentre prima il 44% degli italiani credeva nelle proprie capacità e riteneva che un miglioramento fosse possibile in futuro, adesso la percentuale è scesa al 26%, mentre è aumentata quella di coloro che si sentono esclusi dal contesto sociale ed economico (passando dal 49% al 68%). Lo stesso calo si ripropone nei confronti della fiducia nell’innovazione tecnologica: la percentuale di chi crede nel progresso oggi costituisce solo il 28% della popolazione, in contrasto con il 62% del 2007. Fenomeno analogo con riguardo agli immigrati: le posizioni di apertura sono passate dal 47% degli italiani al 35%. Ma il crollo più drastico è riscontrabile nei confronti della fiducia nell’Europa: se all’inizio del millennio il 70% della popolazione era favorevole alla permanenza dell’Italia nell’UE, nel 2017 solo il 18% si dichiarava della stessa opinione. Quest’ultimo dato è particolarmente significativo soprattutto se teniamo a mente le parole di Francois Hollande. L’ex presidente della Repubblica Francese, infatti, nel documentario “L’Italia ai tempi del populismo” afferma che l’obiettivo comune di Trump, Putin, e dei populisti dichiarati tali, è uno solo: indebolire l’Europa, e mettere in discussione l’unione creata che ha permesso di avere una sorta di coesione tra i Paesi europei. Indubbiamente, il successo che questi rappresentanti politici hanno avuto nel mondo è la somma di questi fattori.

Come descritto dallo scrittore Erri de Luca: “è come se fosse aumentato l’azoto, si respira male”. La rabbia contro la sfacciata impunità delle èlite, il senso di impotenza e di ingiustizia, la percezione di fallimento individuale e sociale, la necessità di individuare un nemico tangibile e la comodità di un capro espiatorio sono stati i venti che hanno soffiato sopra le braci del populismo nel mondo industrializzato, bruciando il consenso per i partiti tradizionali, in particolare quelli di centro-sinistra. In quasi tutto l’occidente, sono stati eletti leader “nuovi”, mai candidati prima, considerati pertanto estranei alle responsabilità sull’accaduto. Le persone che si sono sentite tradite dai loro Governi hanno permesso ad individui apparentemente “depoliticizzati” di accedere alle maggiori cariche dello Stato. Ci si è rivolti a figure in grado di rottamare il sistema precedente, anche se incapaci di ricostruire qualcosa sul terreno sgombro. La preoccupazione principale dei cittadini è stata quella di voltare pagina: per questo hanno avuto tanto successo i partiti anti-establishment, che con il pretesto di non appartenere ad alcuna fazione hanno evitato di prendere posizioni definite, limitandosi a seguire la pancia dell’elettorato di volta in volta. La retorica ha cominciato a farsi aggressiva, squallida, sfacciata, ma tuttavia accettata perché contrastante con “l’ipocrita buonismo” che non ha esitato a dimenticarsi dei più deboli.

Una delle argomentazioni preferite dai nuovi leader ricorda un aneddoto che ha origine nell’America del diciannovesimo secolo (raccontato nel documentario “What is democracy?” di Astra Taylor). Allora, le piantagioni erano un microcosmo strutturato in una rigida gerarchia. C’erano i proprietari delle piantagioni, poi gli schiavi neri, e nel mezzo i sorveglianti bianchi. I padroni si interrogavano sul modo più facile per tenere a bada entrambi, ed evitare che si coalizzassero contro di loro. I braccianti e i loro supervisori, infatti, versavano in condizioni di indigenza, sacrificando la loro intera esistenza ad un lavoro logorante senza possibilità di miglioramento, e i loro signori temevano che se avessero realizzato la pietosa realtà in cui vivevano non avrebbero esitato a ribellarsi. Escogitarono una strategia straordinariamente efficace: cominciarono a convincere i sorveglianti bianchi che gli schiavi neri avrebbero rubato il loro lavoro e preso il loro posto, se non li avessero tenuti a bada. I sorveglianti cominciarono allora a fustigarli con accanimento e violenza, nel tentativo di sopprimerli e annientarli, mentre i proprietari terrieri potevano godersi in tutta tranquillità i frutti del raccolto.

La parola “crisi” deriva da “krino”, che in greco antico significa “discernere, giudicare, valutare”. Esprime un’azione complessa e scomoda, che richiede impegno e la volontà di conoscere le cause per comprendere gli effetti, per giungere a conclusioni obiettive e consapevoli. Per evitare di essere manipolati e di cadere nella trappola dell’apologia dell’odio, in attesa che la perforante ferita inflitta dal 2008 si rimargini.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...