La vita privata di Asia Argento non può sminuire la sua battaglia

 

Occhi scavati, guance infossate, corpo costellato di tatuaggi. Asia Argento ha sempre saputo padroneggiare gli schermi cinematografici e televisivi, ma mai come negli ultimi tempi il suo volto è entrato nel campo visivo degli italiani. Le ragioni sono molteplici. Tutto ha avuto origine da una denuncia.

Harvey Weinstein era un gigante, una delle persone più influenti di Hollywood. Il suo potere sembrava inattaccabile, niente poteva intaccare o scalfire il granitico potere che deteneva nell’ambiente. Tranne una coalizione insospettabile: quella di tutte le donne che aveva molestato nel corso della sua carriera. All’improvviso, da un’inchiesta condotta dal New Yorker, è scoppiato lo scandalo che lo ha visto protagonista, e che lo ha sopraffatto: una lunghissima lista di nomi di attrici (e non solo) che hanno avuto il coraggio di alzare la voce e la faccia contro gli abusi perpetrati spudoratamente nel corso degli anni. Tra i vari nomi, alcuni insospettabili: Angelina Jolie, Gwineth Palthrow, Salma Hayek, Uma Thurman. Ed Asia.

La Argento però partiva con un handicap, uno svantaggio: era italiana. Così, mentre nel mondo le artefici di questa rivoluzione ricevevano supporto e complimenti, l’opinione pubblica del nostro Paese ha cominciato a trattarla con diffidenza, poi a insinuare, e infine ad attaccarla sfacciatamente. Quanto di questo comportamento dipende da un retaggio misogino e bigotto, quanto contribuisce la malevola attitudine tutta nostrana nei confronti di personaggi di successo, è difficile da misurare. Ma questo è quello che è successo. Si è cominciato dapprima a supporre che la molestia che l’aveva coinvolta era stata in parte consensuale, che l’attrice aveva sfruttato la situazione per fare carriera e poi cavalcare l’onda delle denunce. Ha cominciato ad essere etichettata come una donna ambigua, poco trasparente, inaffidabile. Poi, gradualmente, gli attacchi sono diventati sempre più espliciti, approfittando del suo temperamento focoso che la portava a rispondere aggressivamente: titoli riportati da diversi giornali infangavano a chiare lettere la sua professionalità e integrità morale. Ma quello, era solo l’inizio.

Giuditta che decapita Oloferne - Artemisia Gentileschi

A contribuire all’immagine demonizzata, interviene il suicidio del suo compagno, Antony Bourdain. Nella tragedia, c’è chi la accusa di essere responsabile. Insinuazioni oltremodo meschine, ma non nuove: questo, in fondo, è tipico della concezione sbagliata e malata del ruolo che una donna dovrebbe avere in una coppia, ovvero quello della salvatrice. Il tuo partner sta male, è depresso, malato, inguaribile? Beh, un po’ la colpa è anche tua. Fallisci nella tua missione di donna-angelo-salvatrice, nel tuo lavoro di guaritrice, come se miracolosamente bastasse l’amore a curare ferite profonde come quelle della depressione (che è, a tutti gli effetti, una malattia).

E non è finita qua. Un altro brutto colpo arriva da parte di un giovane attore con il quale la Argento lavorò in passato: il suo nome è Jimmy Bennett. La accusa, ironicamente, è quella di molestia. Si ribaltano le carte in tavola: Tommy dichiara di essere stato adescato dall’attrice-regista, e successivamente di essere stato forzato ad avere un rapporto sessuale non consensuale. Il fatto che il giorno dopo si fossero scattati un selfie ridendo passa in secondo piano, ma comunque non è un alibi: in fondo anche la Argento aveva foto insieme a Weinstein nelle quali apparivano in ottimi rapporti.

E poi, l’ultimo, più recente scandalo: la storia d’amore con il pregiudicato Fabrizio Corona, paparazzo condannato per estorsione, noto al pubblico per ricatti e vita sregolata. Ad infierire, la madre di Asia, che pubblica sui social la foto della nuova coppia allegando commenti disgustati.

Ma torniamo al punto di partenza. Chiaramente, l’atteggiamento ostile sequenziale alla denuncia non poteva che essere alimentato da questa sequenza martellante di tragedie e accuse. L’immagine che viene fuori è quella di una donna instabile, controversa, e pertanto: poco credibile. Si tira quasi un sospiro di sollievo apprendendo che una personalità così sfacciata, che aveva deciso di andare contro il radicato sistema maschilista del mondo dello spettacolo, si riveli così fragile, volubile e inaffidabile. Le sue ragioni vengono ridimensionate, e finalmente si creano le basi per sostenere la millenaria tesi di chi vorrebbe descrivere le donne come pazze, come streghe. Lasciare che tutte le contraddizioni di questa donna accartoccino la battaglia per la quale stava originariamente combattendo non costituisce una sconfitta solo per lei, ma per tutte noi.

Artemisia Gentileschi

Le molestie di cui parlava, le molestie di cui hanno parlato altre centinaia di migliaia di donne in altri contesti, in Paesi ed ambiti differenti, sono una realtà. E sono molto più subdole di quello che sembra. Chi esercita il potere su qualcun altro, si sente automaticamente in diritto di prendersi determinate libertà, costringendo i propri sottoposti ad un implicito ricatto. Non è facile ribellarsi quando la carriera, i sogni e le speranze di una vita sono in gioco. È ancor meno facile farlo quando si hanno vent’anni, quando non si conosce il mondo del lavoro (o più semplicemente il mondo), e si viene convinti che quel meccanismo sia la normalità, che sia naturale e ineluttabile, che tutti e tutte stanno alle regole del gioco, se ci tengono a partecipare. Ma non è solo la difficoltà a reagire che influisce: è anche l’impossibilità di tracciare il confine tra il lecito e l’abuso. Prima che sia troppo tardi.

Ci si ritrova sole, il più delle volte: abbandonate non solo dagli uomini che tentano di sopprimere qualsiasi barlume di ribellione, ma anche dalle donne, che hanno subìto lo stesso trattamento o che conoscono l’ambiente e le sue tacite leggi, che invece di farsi forza l’un l’altra combattono in silenzio contro la vergogna ed il senso di colpa. L’aggressione e la prevaricazione delle donne non esiste solo nel mondo dello spettacolo: si manifesta nei confronti di ogni barista che riceve battutine inappropriate mentre svolge il suo lavoro, nei confronti di ogni lavoratrice che si sente proporre un aperitivo per ricevere lo stipendio, persino nei confronti di chi riceve apprezzamenti basati sull’aspetto fisico piuttosto che sul proprio operato.

Molte volte, i bersagli di queste piccole ma costanti molestie tendono a colpevolizzarsi, a immaginare che se qualcosa di ambiguo è successo è stata una loro colpa, a convincersi che in fin dei conti la loro debolezza è stata il motivo della sconfitta. È per questo che l’esempio di Asia, anziché venire infangato dalla sua turbolenta personalità, dovrebbe ergersi con maggiore forza contro questa mentalità: perché niente possa giustificare una molestia, perché nessuno debba sentirsi impotente e ingiustificato nel difendersi.

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