#facciamorete: un hashtag per la rivoluzione

“A nome di 60 milioni di italiani”. In più occasioni, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini  ha pronunciato o twittato queste parole. Farebbe riferimento alla popolazione italiana. Non ai suoi elettori, non a chi ha sostenuto o sostiene il governo a cui partecipa (ma di cui non è il premier, nonostante quanto lascerebbero supporre il suo operato e il suo linguaggio). Salvini include tutti i cittadini della Nazione, anche chi la pensa diversamente da lui, anche chi dissente con la sua politica, e si arroga il diritto di farne le veci.

Se è riuscito a salire così in alto, è stato grazie alla sua capacità di cavalcare la confusione, la disorganizzazione e il malcontento diffuso. Motivazioni pressappoco analoghe a quelle che hanno portato all’elezione dei 5 stelle: la sfiducia nelle istituzioni, l’impossibilità di identificarsi in qualsiasi governo di sinistra, la necessità di un sovvertimento dell’establishment tradizionale. Ma negli ultimi giorni, sembra che qualcosa stia cambiando.

Twitter infatti, ormai diventato megafono e connettore delle opinioni della gente, ha assistito alla nascita di un hashtag inedito: #facciamorete. L’ambizioso progetto, lanciato dal profilo di “Marco Skino”, anonimo ma dichiaratamente antifascista, ha nel giro di poche ore coinvolto un numero di adepti così alto da riaccendere qualche barlume di speranza per chi crede nell’opposizione a questo governo e nella rinascita di un fronte compatto e solidale.

Le ragioni per cui i vari utenti hanno deciso di aderire sono molteplici e variegate, ma possono essere accomunate dall’ideologia antifascista, dal pentimento di chi ha votato per il governo pentastellato, dall’esasperazione verso i crescenti episodi di razzismo, aggressività, ignoranza e disonestà.

 

 

 

Ad aggiungersi alla lista di tutti coloro che desiderano “fare rete” ci sono professori, giornalisti, pensionati, studenti: persone provenienti dalle più disparante realtà sociali e territoriali, ma unite dal desiderio di combattere le disuguaglianze, dal coraggio di difendere la solidarietà e la cultura, dall’urgenza di ergersi come baluardi di apertura, rispetto, educazione e competenza. La partecipazione entusiasta di tutti questi cittadini riaccende la speranza e spazza via la paura di venire ingoiati dalla passiva ed asfissiante accettazione della realtà: perché, come spiegato dal sito internet dell’organizzazione, “La democrazia non è uno sport da spettatori. Se tutti stanno a guardare e nessuno partecipa non funziona più.”

Facciamo rete non accetta cappelli politici, per il momento, ed è impossibile capire come si evolverà questo neonato movimento virtuale. Ma una cosa è certa: la prossima volta che Salvini affermerà di star parlando a nome di tutti gli italiani, chi dissente saprà di non essere un emarginato, saprà di non costituire la pecora nera. Saprà di non essere solo.

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