Luci e ombre di George Soros: chi è e perché è tanto odiato

Esistono personaggi che non ti lasciano indifferenti: li puoi amare, li puoi odiare, ma sta pur sicuro che al loro passaggio sulla Terra ti girerai a guardarli. George Soros è uno di questi: plumiliardario, filantropo, speculatore. Tra chi lo definisce il male assoluto e chi un santo moderno, il quadro che emerge riguardo la sua figura è controverso e pieno di contraddizioni: probabilmente perché, come spesso accade con i grandi personaggi, la verità sul suo conto non si situa né nella zona bianca né in quella nera, ma nell’area intermedia che comprende una vasta gamma di grigi. Ma partiamo delle origini.

George Soros nasce a Budapest il 12 agosto del 1930, proveniente da una famiglia di ebrei ungheresi, con il nome di Gyorgy Schwartz. Il padre è un editore e avvocato di successo, ma ben presto dovrà fare i conti con le ascendenti leggi razziali: nel 1936 la famiglia Schwartz è costretta a cambiare il proprio cognome in Soros a causa dell’avvicinamento ungherese ai regimi fascisti e al conseguente antisemitismo. In seguito all’occupazione tedesca, è obbligata a fuggire e a nascondersi per evitare i rastrellamenti.

A quattordici anni, George è costretto ad accompagnare un ungherese che collabora con i nazisti per sequestrare i beni agli ebrei destinati ai campi di sterminio, e questo gli varrà molte critiche da parte di chi lo inquadra come una sorta di traditore in seguito al poco pentimento con cui, in un’intervista di molti anni dopo, ripercorre gli avvenimenti di quel periodo.

Nel 1952 si laurea presso la London School of Economics, e quello sarà il punto di partenza di una carriera destinata a decollare in maniera vertiginosa: si susseguono successi nella sua vita professionale, dove dimostra da subito le sue innate e prodigiose qualità di investitore, passando dalla Singer & Friedlander, una banca d’affari di Londra, alla Wertheim & Co, e infine alla Arnhold and S. Bleichroeder. Lascerà quest’ultimo impiego nel 1973, a causa degli ingenti guadagni che iniziava a generare un fondo di investimento da lui creato, il Quantum Fund.

È tuttavia nel 1992 che Soros balza agli onori della cronaca internazionale, essendo l’artefice del “Mercoledì Nero”. Di che si tratta? Di un investimento spregiudicato ma straordinariamente lungimirante: Soros decise infatti di vendere sterline allo scoperto per un equivalente di più di 10 miliardi di dollari, riponendo fiducia nel principio del “trio inconciliabile” e sfruttando la stabilità del cambio. Poiché il cambio ufficiale era definito a meno di piccole oscillazioni, infatti, lo speculatore avrebbe venduto allo scoperto valuta debole acquistando valuta forte, avendo la certezza che le banche centrali sarebbero state obbligate a mantenere il cambio accordato attraverso lo SME. L’intuizione dell’Ungherese colpì nel segno: la sua manovra lo portò a guadagnare una cifra stimata attorno agli 1,1 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, però, la sterlina inglese aveva subito una svalutazione così drammatica da essere costretta ad uscire dallo SME, il Sistema Monetario Europeo. E non fu la vittima colpita con più virulenza.

A pagare conseguenze ancor più atroci fu l’Italia: la Banca Nazionale fu obbligata a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per sostenere il cambio, portando a una svalutazione della nostra moneta del 30% e l’estromissione della lira dal sistema monetario europeo.

Per rientrare nello Sme, il governo italiano fu obbligato a una delle più pesanti manovre finanziarie della sua storia – circa 93 mila miliardi di lire – al cui interno, tra le tante misure, fece per la prima volta la sua comparsa l’imposta sulla casa (Ici), oggi divenuta Imu.

Un egoistico successo che ha come risvolto una collettiva frustata: Soros tuttavia non dimostrò alcun pentimento, e con una cinica lucidità disse che la colpa degli avvenimenti era delle legislazioni vigenti che consentivano questo tipo di manovre, non degli speculatori che ne approfittavano.

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Fatto sta che ormai aveva racimolato una fortuna tale da diventare inarrestabile. A questo punto, le sue inclinazioni politiche e soprattutto sociali hanno finalmente modo di emergere, e i miliardi da lui detenuti gli consentono di imporre la sua voce. Ed è una voce sorprendentemente democratica e progressista: lo testimonia il suo sostegno alle campagne elettorali Americane (in cui si è apertamente schierato dapprima contro Bush e successivamente contro Trump), ma anche le generosissime donazioni fatte a numerose cause civili, come quella anti-apertheid in Sudafrica, o la legalizzazione della droga e dell’eutanasia. Soros ha sempre partecipato ed influito attivamente nell’evoluzione dei temi più scottanti dell’attualità, ultime temporalmente ma non per importanza le sue operazioni a sostegno delle organizzazioni non governative impegnate nella gestione dei rifugiati politici del mondo.

Questo gli è valso diffidenza e accuse da parte dei partiti conservatori dell’Occidente e dei loro proseliti, che lo qualificano come massone, burattinaio o a sua volta burattino dei Rotschild, associato a tutto il magma tenebroso degli uomini che muovono dall’alto le fila della politica. D’altra parte, però, si è eretto come baluardo dei valori di accoglienza, apertura, progresso e modernità, in un certo senso: la sinistra del mondo. Tuttavia è troppo sfuggente per convincere del tutto l’opinione pubblica: in primo luogo, ha molti soldi, e i più non capiscono bene il motivo di un così clamoroso arricchimento, quindi sospettano che debba esserci necessariamente qualcosa di losco sotto. In secondo luogo, su molti fa presa la propaganda dei suoi avversari politici, che lo additano come un sovversivo e una minaccia antigovernativa, espressione dello strapotere bancario.

Da ultima, viene rispettata l’equazione secondo cui la sua origine ebraica (particolare ricordato sgradevolmente spesso) e la sua filantropia lo rendono cattivissimo, la sua ingerenza nella politica statunitense ancora più malvagio, ma la sua posizione a favore dei diritti delle minoranze lo trasforma in demonio (per usare le parole di Giacomo Cinieri).

Su quest’ultimo punto, si aprono i dibattiti: si può essere a favore dei più svantaggiati e contemporaneamente far parte di quella casta della popolazione mondiale che da sola accentra innumerevoli privilegi e patrimoni sconfinati? È vero che, più di tanti altri, devolve parte delle sue fortune a cause “nobili” e “onorifiche”: sarebbe dunque un mezzo per un fine, una sorta di Robin Hood che ruba un po’ a tutti per dare ai poveri? Dal punto di vista filosofico, è paternalistico ed opinabile accentrare così tanto potere nelle mani di un singolo individuo sperando che esso, da solo, faccia il bene delle masse, perché difficilmente i privilegi sfuggono ad un’endemica ingiustizia. E andando oltre, è impossibile non percepire lo stridore tra il cinismo con il quale affrontò le conseguenze della sua manovra nel ’92 e la passione con la quale oggi abbraccia cause umanitarie.

Approfondendo la sua figura, infatti, il rischio è di aprire più interrogativi di quelli che vengono chiusi, poiché si sottraggono a risposte e soluzioni nette o semplicistiche. Esprimere un giudizio univoco e definitivo sulla sua persona è impossibile, poiché dipende in larga parte dal punto di partenza in cui ci troviamo, dagli ideali in cui crediamo, e dal tipo di politica che abbracciamo. Quel che è certo, però, è che l’influenza di Soros è ingente e a volte persino determinante: ecco perché, oggi, è stato bene conoscerlo.

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